Buoni pasto: La grande abbuffata.

Scusate il disturbo, sono a rimandarvi , a distanza di circa cinque anni, la lettera di protesta riguardante i Buoni Pasto. 0201008012.jpg (360×236)In realtà mi ero rassegnato al fatto che nessuno si accorgesse di questa macroscopica truffa a danno di tutta la comunità, ieri però,  guardando Ballarò (31/03/10), ho avuto un sussulto; un servizio interamente dedicato ai Buoni Pasto!  Purtroppo mi sono reso conto che il servizio non evidenziava, se non in minima parte, i problemi economici, fiscali, logistici che l’uso di questo strumento,  sempre più diffuso, indiscriminato e impunemente abusato sta provocando. In particolare mi rivolgo ai rappresentanti sindacali in quanto, i lavoratori dipendenti, sono quelli che maggiormente ne pagano le conseguenze.

Va bè, non mi dilungo ho voluto semplicemente rimandare la mia memoria con la speranza che qualcuno con le giuste competenze, in futuro,  voglia seriamente indagare, comprendere e risolvere  questo totale delirio.

Grazie per l’attenzione e per la pazienza.

Luciano Burinato

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Mi chiamo Luciano Burinato e opero da 25 anni nel mondo della ristorazione collettiva, Le scrivo perché vorrei sottoporle alcune mie  riflessioni sull’utilizzo dei Buoni Pasto o Ticket-restaurant.
Il servizio dei Ticket restaurant è l’evoluzione consumistica dei buoni mensa utilizzati per consumare il proprio pasto durante le ore  lavorative o di studio presso la mensa aziendale e scolastica o in un locale interaziendale convenzionato. Con il passare degli anni si è  assistito ad una mutazione genetica che ha snaturato totalmente questo strumento trasformando il pasto di lavoro in un colossale business che, come sempre accade in questi casi, ha portato utili stratosferici nelle casse delle multinazionali a danno del  consumatore. 
Attualmente, se una società deve erogare l’indennità mensa per i propri dipendenti ha tre alternative: predisporre una mensa  aziendale, erogare in busta paga la somma di € .5,50 circa che, dopo la tassazione, per il dipendente si riducono a € .3,80 netti, o dare  al dipendente un buono pasto del valore facciale di € .5,50 detassato e decontribuito. In apparenza, a parità di costo aziendale, il  dipendente si trova con il 40% in più di valore. 
Non male, se non fosse che tale importo è puramente teorico e tale pratica determina degli effetti collaterali non trascurabili.
Preciso che la normativa vigente recita:  “ I buoni pasto, possono essere utilizzati solo per fruire di un servizio ristorativo durante l’attività lavorativa e non danno diritto al resto in denaro, qualora il valore della prestazione sia inferiore al valore nominale del  buono. Nel caso la prestazione effettuata avesse un valore superiore, il dipendente dovrà pagare la differenza in denaro. Inoltre, i  buoni pasto non possono essere convertiti in denaro, non possono dare diritto a ricevere prestazioni diverse da quelle previste dal  contratto di ristorazione, non possono essere utilizzati da persone diverse dai dipendenti del cliente e non possono essere ceduti o  commercializzati” …..sic.
Se il dipendente non vuole pranzare fuori casa, se preferisce digiunare, andare in palestra, portarsi qualcosa da casa, o altro, in fin di  mese si troverà la somma di € .110,00 in buoni pasto che, a rigor di legge, sarebbero persi. Ma, grazie alla creatività Italica, tali ticket si trasformano magicamente in denaro contante da spendere nei modi più svariati.
Il gestore dell’esercizio pubblico, per poter accettare i Buoni Pasto, deve; convenzionarsi con le emittenti (in Italia sono una decina), raccogliere i ticket dalla clientela, emettere scontrino per corrispettivo non riscosso, predisporre una fattura per singolo emittente, compilare un elenco con tutti i dati dei ticket, verificare la presenza di ticket rubati o scaduti (e buttarli), dividerli per tipologia, timbrarli e firmarli uno per uno. Infine adeguandosi ai tempi e modalità di presentazione di ogni singola emittente, presentare i ticket all’incasso e  attendere, diciamo 60 gg, per vedersi accreditato il corrispettivo in banca, ammesso che l’emittente non riscontri il pur minimo errore nella presentazione, in tal caso si riparte dall’inizio. Vi assicuro che la pratica di rimborso è per i piccoli ristoratori un  vero e proprio calvario.
L’alternativa,  sempre più in uso, è quella di spendere i ticket presso negozi, gastronomie, supermercati, grossisti (ma non era vietato  ogni altro uso?) che, non si capisce come, sono in grado di accettarli in sostituzione di moneta corrente. Ovviamente, assodato che  nessuno regala nulla, per la merce venduta faranno pagare dei prezzi maggiorati o tratterranno il costo delle commissioni, magari leggermente…… maggiorate.  Questa  procedura è sicuramente più costosa ma molto più semplice, e non serve nemmeno la fattura…….…
Comunque decida di procedere, l’esercente avrà  un aggravio dei costi, diciamo nell’ordine del 5/10% cui si sommano le commissioni  da riconoscere all’emittente nell’ordine del 8/10% (commissioni che continuano a crescere). Quindi, se tutto funziona come si deve,  alla fine, il ristoratore a fronte del valore facciale del buono di € . 5,50 avrà, in soldoni, recuperato non più di € .4,50. E’ naturale  immaginare che quello sarà il valore del servizio che erogheranno, caricando tutto il costo dell’operazione sui consumatori. Inoltre,  visto che non è possibile distinguere i tipi di pagamento (per un’esplicita norma dei contratti di convenzione) l’aggravio cadrà anche  sugli avventori, diciamo, solventi.
I ticket da “spacciare” (non utilizzati) sono usati per l’acquisto di ogni genere di prodotto, dal supermercato, al calzolaio (ma non era  vietato ogni altro uso?) Purtroppo, inevitabilmente, il costo intrinseco della gestione dei ticket dovrà comunque essere recuperato,  rendendo di fatto il valore facciale una mera illusione.
Si è creato un giro di mercato nero, con costi e commissioni che sono ben oltre la soglia di interessi usurai. C’e un sottobosco di  persone che lucrano su questa cosa facendo leva sull’impossibilità o l’incapacità dei piccoli ristoratori di gestire in proprio il  rimborso. 
Ormai tutte le società di ristorazione, multinazionali e non, hanno iniziato ad emettere ticket. E’ il business del futuro: fare utili solo  stampando carta. I bilanci delle principali società del settore sono esplosi grazie a questa invenzione e alla fine, i costi ricadono  sempre sui consumatori che, giustamente, si lamentano per i prezzi sempre più alti dei ristoranti. 
Altro importante bonus per le emittenti è che una percentuale non trascurabile di questi ticket, per innumerevoli ragioni, non sarà mai  presentata all’incasso. E’ stato riscontrato che tale percentuale sale con il salire delle difficoltà burocratiche. Non a caso si assiste ad  un crescendo di emittenti e inoltre le stesse emittenti creano nuove tipologie di ticket con commissioni e condizioni contrattuali  diverse: tutto diventa sempre più difficile e costoso.
Per ultimo sono arrivati i mega appalti per la fornitura dei ticket ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni. E via di questo passo:  una grande abbuffata!    C’è quindi da chiedersi; ma a chi giova tutto questo marchingegno?  Ma c’è veramente bisogno di questa cosa?     Non sarebbe più logico prevedere un’indennità giornaliera di € . 5,50 direttamente in busta, quale sostitutivo di servizio mensa,  detraibile per l’azienda, detassata e decontribuita ?
Il dipendente si troverebbe in busta soldi veri da spendere a suo piacimento. Il datore di lavoro non avrebbe nessun aggravio e lo  Stato non perderebbe alcuna imposta. 
Certo le multinazionali avrebbero un notevole danno economico……., temo che il vero freno alla risoluzione del problema sia principalmente questo.

Grazie per l’attenzione

Luciano Burinato