Ancora sulla responsabilità dei medici

Continuiamo a ricevere richieste telefoniche e scritte in merito alla tutela dei pazienti che hanno subito dei danni, più o meno rilevanti, da parte delle strutture sanitarie. In particolare, una cittadina ci informa che un paio  di anni fa si è sottoposta ad un intervento di chirurgia laser agli occhi per risolvere il problema della miopia; i risultati non sono affatto quelli da Lei sperati, dovendo utilizzare ancora gli occhiali con lenti per miopia. L’interessata ci chiede se è possibile che il chirurgo che la ho operato sia tenuto a risarcirla.

Ancora, un’altra signora ci informa che alcuni mesi fa si era sottoposta ad una serie di interventi di chirurgia estetica al seno, che però non hanno dato i risultati sperati.  Anche Lei ci chiede cosa può richiedere al medico che l’ha operata.

La Redazione ACU

Risposta del nostro esperto legale.

In materia di responsabilità medica, occorre anzitutto verificare la correttezza della scelta del tipo di intervento e la correttezza della esecuzione dell’intervento stesso; soltanto quando vi sia un errore in una di queste due fasi il medico può essere tenuto a risarcire il danno causato con il proprio errore. La giurisprudenza attuale qualifica come contrattuale la responsabilità che lega il medico al paziente, con la conseguenza che il paziente deve svolgere la propria richiesta risarcitoria entro 10 anni dal momento dell’intervento o, al limite, dal momento in cui, tramite una perizia medica, scopre gli errori commessi dal medico. Sempre dalla natura contrattuale dell’obbligazione del sanitario deriva che l’onere di provare la colpa del medico o dalla struttura sanitaria non grava sul paziente, al quale basterà invece solo allegare l’inadempimento del medico e/o della struttura e provare il danno subito. Sarà invece il sanitario/struttura che, per andare esente da responsabilità, dovrà dimostrare l’esatto adempimento dell’obbligazione assunta o l’impossibilità sopravvenuta della prestazione per causa a lui non imputabile, oppure la mancanza del nesso di causalità materiale tra il proprio inadempimento e l’evento dannoso subito dal paziente. La posizione del paziente danneggiato, che agisce per il risarcimento dei danni, è oggi avvantaggiata anche sotto il profilo della prova del necessario nesso di causalità tra danno subito il comportamento del sanitario/struttura, che oggi la giurisprudenza considera sussistere anche qualora non si raggiunga la certezza assoluta, bastando la probabilità dell’esistenza di un collegamento tra fatto e danno, secondo il parametro del "più probabile che non".
Avv. Angelo Iannaccone, Milano, avvocati@studiolegaleiannaccone.it

  • Luigidicorcia

    Per avere una informazione più completa, bisogna precisare che in seguito all’entrata in vigore della conciliazione civile e commerciale il campo della responsabilità medica rientra all’interno di quelle materie obbligatorie in cui la conciliazione è necessaria prima di adire le vie giudiziali.

    Indi per cui una soluzione stragiudiziale è possibile e forse auspicabile e sicuramente più veloce di una causa civile per il risarcimento di un danno che bisogna provare di aver subito e che può durare anni, magari, senza raggiungere alcun risultato per la parte che si ritiene lesa.

    Sopratutto in casi come quello suddescritto, ove non si sono verificati tragici eventi, sembrerebbe possibile almeno in via ipotetica poter trovare un accordo e risolvere il problema in via conciliativa.

    La conciliazione, però, al momento ha una serie di problematiche evidenti parte delle quali sono, ad oggi, al vaglio della Corte Costituzionale.

    Un saluto

    Luigi Di Corcia